Festa del lavoro e smart working

Lo smart working, da cui dovrebbe derivare anche il telelavoro, smaschera due ipocrisie capitaliste.

La prima è l’esistenza del cosiddetto “orario full time di 40 ore”. Finalmente una persona di medio-bassa intelligenza può svolgere le proprie attività comodamente da casa in circa 4 o 5 ore di lavoro settimanali anziché dover fingere con il proprio vicino di scrivania, tra chiacchiere e infinite pause caffé, di essere realmente in faccende affaccendato. Il primo Fantozzi questo lo raccontava bene in quella bellissima scena in cui tutti, nella Megaditta, si preparano lentissimamente – quasi il rituale di una finale olimpica – ad andare via alle 17. 

La seconda ipocrisia è quella di voler per forza allontanare dalla propria terra di origine tutti i laureati qualificati. Se tutti i terziari – o almeno una bella fetta di questi – ora sono in telelavoro e continuano a produrre, cade la necessità di essere fisicamente nel luogo geografico della propria azienda, se non per brevi periodi di formazione e monitoraggio. 

Ora che il telelavoro è finalmente stato sdoganato, varrebbe la pena che i nostri politici del Sud, anziché offendersi quando qualcuno li prende un po’ in giro per la loro atavica indolenza, battano sul ferro caldo per riportarci a casa qualche migliaio di under35 super formato, super qualificato e pure ben pagato, per risollevare la sorte di quei luoghi che li han tirati su (almeno fino ai 18 anni) questi under35, e per riportare indietro quel know-how che, anche se momentaneamente di proprietà di una multinazionale, arricchirebbe socialmente, culturalmente ed economicamente il nostro tessuto.

Varrebbe la pena che un amministratore del Sud Italia si battesse per riportare a casa chi, sfruttato a 400 euro al mese in partita IVA dalle locali società di squali, porci, iene, vacche e affini, è dovuto realmente scappare per mettere insieme il pranzo con la cena. 

Buon primo maggio a tutti!

Cagliari, 1 maggio 2020

p.s. io la penso così, tu pensala come vuoi