Conte, Renzo e il prezzo delle mascherine nel 1628

Prima ora della prima lezione del primo anno di università: l’incrocio di domanda e offerta determina il prezzo

Tra il 1627 e il 1628, a causa dell’insensata guerra di Mantova e del Monferrato, seguì la devastazione delle terre da parte dei soldati e l’abbandono dei contadini. 

Lo scarso raccolto dell’annata viene depredato dalle tasse e dalla cupidigia delle soldatesche: la conseguenza inevitabile (e salutare) è il rincaro del prezzo del grano e – a ruota – di quello del pane. 

A seguito di ciò nasce nel popolo, fomentato da nobili e intellettuali, l’idea che la causa di tutto non sia la scarsezza di grano, ma gli speculatori che ne fanno incetta per rivenderlo a prezzo maggiorato: fornai e proprietari terrieri vengono accusati di far questo, molti credono di sapere dove siano i magazzini ricolmi di frumento, altri affermano che il grano viene spedito in paesi stranieri. 

Il popolo di Milano chiede a gran voce ai magistrati dei provvedimenti contro i presunti speculatori e l’amministratore Antonio Ferrer (il governatore Don Gonzalo è impegnato nella guerra) impone un calmiere al prezzo. 

Ferrer agisce come una donna non più giovane, che spera di ringiovanire alterando la carta d’identità.

Viene fissato, fuori da regole economiche e buonsenso politico, il prezzo del pane.

Naturalmente in altre occasioni un provvedimento così insensato rimarrebbe lettera morta, ma questa volta il popolo ne pretende l’immediata esecuzione e accorre in massa ai forni, per acquistare il pane a prezzo ribassato. I fornai ovviamente protestano, ma le pene minacciate dai magistrati e l’assillo della folla li obbligano a produrre pane in continuazione, anche perché i popolani intuiscono che tale legge è totalmente contraria alle dinamiche del mercato e chiaramente non durerà a lungo. 

I fornai in tutti i modi tentano di far capire ai magistrati che la cosa prima o poi sarà impossibile per la penuria del grano e della farina e chiedono che il calmiere venga revocato, minacciando di smettere di produrre il pane, ma Ferrer – per incompetenza, testardaggine o semplice convinzione di essere nel giusto – non intende acconsentire e il prezzo del pane resta ribassato in forza di legge.

A questo punto però Don Gonzalo, impegnato nella guerra principale causa di tutto, nomina una commissione alla quale viene dato il compito di fissare il giusto prezzo al pane: i deputati si riuniscono e, dopo una seduta in cui prevalgono i complimenti e le discussioni oziose, prendono l’unica decisione logica, ovvero rincarare il pane secondo le leggi di mercato.

Ciò che accade dopo sono i tumulti popolari, l’assalto al forno delle Grucce e la decisione di linciare il vicario di Provvisione.  

Ecco, tutto questo è raccontato nel XII capitolo dei Promessi Sposi, scritto solamente 190 anni fa, e visto dagli occhi di Renzo, che dal basso della sua saggezza popolare – rimanendo in silenzio per paura della folla – non riesce proprio a capire come assaltare i forni possa far abbassare il prezzo del pane.

Questa è l’inevitabile conseguenza della dissennata politica economica e commerciale dello Stato di Milano, che non solo scatena la rabbia popolare contro i fornai e l’incolpevole vicario di Provvisione, ma aggrava la carestia accelerando l’esaurimento delle scorte di grano e precipitando la città in una terribile condizione di povertà.

Tornando ai giorni nostri capisco bene la deriva di pancia statalista della Leningrado sovietica, ma non si può affatto giustificare – né minimamente comprendere – un intervento pubblico sul libero prezzo di mercato delle mascherine in nome di una speculazione solo dichiarata e mai dimostrata (“supposizioni che non stanno né in cielo né in terra; ma che lusingano a un tempo la collera e la speranza“).

Come si può accettare che un Governo nazionale imponga il prezzo di un bene? 

Si tolga l’IVA ai prodotti, si limitino imposte e tasse di produttori e distributori, ma non si entri nel libero mercato! 

Cagliari, 28 aprile 2020

p.s. io la penso così, tu pensala come vuoi