La domanda di spostamento non è sempre derivata

Comprovata esigenza oggettiva: muoversi. 

Uno degli assunti fondamentali della pianificazione dei trasporti è legato alla definizione della domanda di spostamento definita sempre come domanda derivata, vale a dire prodotta dall’esigenza di un’azione o del reperimento di una risorsa o del consumo di un bene o servizio in un luogo differente dal quale ci si trova. 

Ma è sempre così? 

Pochi anni fa mi imbattei un po’ per caso in un’interessante ricerca sui comportamenti degli utenti del sistema di trasporto in ambito rurale, sviluppato e tecnologico, ma comunque ben lontano dall’applicazione concentrata e verticale di una città, su cui è ormai indirizzata gran parte della ricerca specialistica: la sintesi del lavoro dava dei risultati particolarmente interessanti nella fascia di età over65 e in particolare sugli spostamenti da casa verso l’acquisto dei beni di prima necessità. 

Seppur già sviluppato e particolarmente attivo il servizio di spesa a domicilio, questo veniva utilizzato solamente da impiegati e lavoratori in genere, mentre l’utente della fascia d’età over65 in pensione non ne usufruiva pur avendone – teoricamente e fisicamente – maggior bisogno.

Il perché è legato alla motivazione stessa dello spostamento. Il lavoratore usufruiva del servizio di spesa a domicilio per la semplice mancanza di tempo. L’utente over65 in pensione invece usciva di casa e si recava al market non per rispondere in maniera derivata all’esigenza primaria del reperimento delle risorse, ma perché la sua esigenza primaria era proprio lo spostamento. 

Un individuo esiste e fa parte della società se è mobile, se può uscire di casa, se è autosufficiente. E può dunque non voler usufruire dei servizi di consegna a domicilio per poter dare risposta al suo bisogno primario – e non derivato – di esistere e quindi di spostarsi. 

Siamo sempre stati indirizzati a definire uno spostamento come un bisogno derivato dall’esigenza di consumare un’azione in un punto differente da quello in cui ci troviamo. Dunque per fare la spesa ci tocca uscire di casa. Per andare al lavoro dobbiamo prendere la metropolitana o il bus. E così via. 

E il coronavirus sembrerebbe dare ragione a questo. Infatti se si analizzano i dati sui movimenti di persone relativi all’ultimo mese si può vedere un’enorme riduzione nei flussi e nell’utilizzo dei diversi sistemi di trasporto. 

Chi ha attivato il telelavoro non si sposta più. Chi ordina la cena su Deliveroo non si sposta più. Chi fa la spesa su Amazon non si sposta più. 

Proprio a questo punto subentra l’esigenza di spostarsi come esigenza primaria e non derivata. Come è sempre stata. 

Sono tantissimi in questi giorni gli articoli di giornale in cui viene riportata la solita frase “multato perché lo spostamento non era determinato da comprovate esigenze oggettive”.

Ed è qui che si capisce come la domanda di spostamento sia essa stessa una esigenza primaria. 

Il telelavoro esiste da anni, Deliveroo esiste da anni, Amazon esiste da anni, Netflix esiste da anni, RaiPlay esiste da anni, la spesa a casa esiste da anni, le videoconferenze esistono da anni, PornHub esiste da anni e perfino le videochiamate a luci rosse esistono da anni. 

Eppure in tutti questi anni abbiamo continuato a spostarci nonostante potessimo usufruire di tutto comodamente dal nostro divano. Abbiamo continuato a rispondere al nostro bisogno primario di spostarci. 

Abbiamo esercitato un nostro diritto di base.