Cittadini e sudditi nella quarantena del coronavirus

C’è una enorme differenza tra essere cittadino e essere suddito.

Mi sembra che tante persone – nate e cresciute in una culla d’oro – vivano con il desiderio di poter essere protagonisti di un film di guerra (o forse di un film di zombie) e dunque chinano il capo, come hanno sempre fatto nella propria vita, davanti all’emergenza.

I nostri nonni continuavano ad uscire di casa durante la guerra. Chi è stato nei campi di concentramento della Germania o degli Stati Uniti conosceva bene il valore della propria vita.

Invece ora le persone sono alla spasmodica ricerca di situazioni irrisolvibili, di emergenze e di medici-eroi – che affrettano a definire “giganti”.

Quando invece non ci vuole un medico né uno scienziato per poter formulare un pensiero critico, razionale e indipendente sulla situazione che stiamo vivendo in questi giorni.

Ci è chiaro che il rischio metta sotto enorme pressione gli ospedali, i reparti di rianimazione e terapia intensiva, come sta già accadendo.

Però possiamo avere un pensiero da cittadini e non da sudditi, per il quale possiamo contestare misure che – sulla base del nostro pensiero critico, razionale e indipendente – troviamo esagerate e dannose per la nostra vita.

Quando leggo chi si scaglia – anche solamente nel non-luogo di Facebook – contro le persone che liberamente vogliono uscire di casa invitandoli a “RIMANEEEEREE A CAAASA!!”, mi vengono i brividi.

Da una parte mi vengono i brividi perché chi ha un minimo di responsabilità nei propri confronti e nei confronti degli altri, in questa situazione sta rischiando la propria sopravvivenza e quella delle persone di cui ha diretta responsabilità: responsabilità della propria azienda, dei propri familiari, dei propri dipendenti, dei propri pazienti, dei propri clienti. E dunque ritengo che chi pedissequamente si inchina a certe disposizioni non abbia alcun tipo di responsabilità neanche su stesso e non sia in grado di capire il valore della propria vita e quella delle persone a cui si vuole bene.

Dall’altra parte mi vengono i brividi perché ricordo la mia professoressa di Filosofia del Liceo che metteva tra i bisogni primari di un essere umano – e ne ho capito il motivo solamente 15 anni dopo – andare al cinema, fare sport, uscire con i propri amici, fare l’amore.

A tal proposito – e infine – invito tutti a leggere le parole di Francesco Costa sul Post: “Siccome siete lettori intelligenti, capite benissimo che non è questione di scegliere tra la propria salute e il vil denaro: si parla in entrambi i casi delle nostre vite. Abbiamo fresco abbastanza il ricordo dell’ultima crisi da ricordarci cosa comporti una grave crisi economica, anche e soprattutto in termini di salute e sofferenze. Di sacrifici, di rinunce, di traumi, di dolori, di disagio, di cure, in certi casi di morte. E quindi in questi giorni viviamo impulsi laceranti, perché la protezione delle nostre stesse vite – intese nel senso più pieno possibile – ci spinge a comportamenti elementari e contraddittori: chiudersi in casa e uscire di casa. Entrambe le cose possono farci bene. Entrambe le cose possono farci male.”

Cagliari, 8 marzo 2020

p.s. io la penso così (tu pensala come vuoi)